Dopo i porti, penalizzati anche i prodotti “doc” e “tipici” del Sud

Il governo continua ad escludere dai circuiti internazionali della logistica e del commercio l’Italia del Sud. Quando ci sveglieremo?

di Mimmo Della Corte

E ora chi, e come, spiegherà allo zibibbo di Pantelleria che, si, lui sarà anche un “Patrimonio dell’Unesco”, ma non merita di essere tutelato dalle imitazioni, nell’ambito degli accordi di libero commercio fra Unione Europea e Canada e Cina (trattato Ceta). Perché i vini italiani da proteggere sono 14, tutti del Centro-nord; così come gli oli d’oliva meritevoli di tutela sono soltanto tre e tutti Veneti. E stesso discorso, vale per i pomodori S. Mazrzano, i  limoni ed il limoncello di Sorrento; i Cannariccoli di Viaggianello; l’olio pugliese ed i Cardoncelli dell’alta Murgia e per tutti i  1.361, prodotti tipici del Sud, inseriti nell’elenco delle “bandiere del gusto 2016” da Coldiretti/Ixè.  Purtroppo, è l’ennesima dimostrazione – qualora dovesse essercene ancora bisogno – dell’arroganza con la quale l’ita(g)lia guarda e si confronta l’Italia del Sud.

Sommando, infatti,  i prodotti d’origine protetta inseriti due elenchi (Ue-Canada; Ue-Cina), infatti,  sono ben 52 quelli italiani inseriti, ma soltanto 4 (1 campano, la mozzarella di bufala, presente in entrambi gli elenchi; e 3 siciliani: il pomodoro di Pachino, l’arancia rossa e i capperi di Pantelleria, presenti soltanto in quello con il Canada). Uno squilibrio decisamente improponibile e talmente inaccettabile ed incomprensibile che il governo in carica, tramite il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina  – approfittando del fatto che si tratta di un’indicazione che compete soltanto all’Esecutivo – ha immediatamente cercato di scaricare le responbalita  su quello del 2009 (ovvero, per chi non sapesse fare i conti, in carica otto anni addietro) e sull’allora ministro all’agricoltura, il veneto Luca Zaia, che aveva aperto la trattativa.  Sarà anche vero, ma come mai – visto che il ministro che lo aveva predisposto, così come la maggioranza che lo aveva espresso, sono ormai fuori gioco da tempo; gli anni trascorsi da quel momento e la considerazione che quelle indicazioni rappresentavano soltanto una nuova dimostrazione di antimeridionalismo di chi l’aveva assunta – in così lungo tempo, nessuno ha pensato di rivedere?  Allora diciamocela tutta: la verità è che anche ai Governi successivi, come a quello attualmente in carica, andava bene così. Il che appare anche evidentissimo dal fatto che, una volta ufficializzata la magagna, a parte quelli locali – e neanche tutti –, nessun organo d’informazione nazionale ha ritenuto opportuno sottolineare – nemmeno nei loro dorsi meridionali – l’assurdità di una decisione che non ha alcuna valida motivazione. A parte, ovviamente, il tentativo di penalizzare in eterno i “dop” meridionali. Perché, stando agli accordi, in futuro “l’elenco dei dop” indicato nel Ceta, potrà essere modificato, sostituendo  un prodotto attualmente presente,  con un altro ma solo se di nuova denominazione, inesistente – e non, quindi, non inserito  – al momento dell’approvazione del provvedimento. A questo punto, al Sud non che resta che sperare – in considerazione che la sottoscrizione dell’intesa è sottoposta al “si” di tutti i parlamenti nazionali – che qualcuno di questi dica “no”. Ma – anche se il forzista campano Paolo Russo e la senatrice pugliese, Colomba Mongiello, stanno provando a mettere in piedi un coordinamento di parlamentari contrari all’approvazione del trattato – non è il caso di fare particolare affidamento su quello ita(g)liano.  Italiani del Sud, cosa aspettiamo per dire basta a questo  ricatto dell’Italia (dis)unita?

 

Fonte ilsudsiamonoi

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