Da oltre 200 anni gli europei “aiutano” gli africani. Il risultato è sotto i nostri occhi

di Dino Erba, Taisten.

Dapprima giunsero i missionari: il dottor David Livingstone, il cardinale Massaia, il cardinal Lavigerie … e tante altre anime belle che aprirono la via agli eserciti di occupazione coloniale, accompagnati da uno sciame famelico di affaristi e tagliagole.

Dopo un secolo di feroce rapina, gli europei furono costretti a lasciare l’Africa. Ma lasciarono i loro frutti avvelenati: una classe dirigete indigena «civilizzata», europeizzata … in poche parole compiacente con gli ex padroni. Una classe dirigente formata nelle università e nelle accademie militari d’Europa.

E quando in queste élite politiche e intellettuali si profilavano dissensi, gli europei li eliminavano prontamente (Patrice Lumumba, Congo, 1960) o li emarginavano (Ahmed Ben Bella, Algeria, 1965) o li piegarono (Nelson Mandela, Sudafrica, 1990). L’elenco è lungo. Questi sono solo alcuni significativi esempi della longa manus europea che, da oltre mezzo secolo, ha condizionato e controllato la vita e la morte dei popoli africani, con interventi economici, politici e militari. Interventi che furono e sono sempre accompagnati da aiuti alle cricche politiche e militari con cui gli europei vogliono «dialogare». Fomentando al contempo rivalità e conflitti intestini, secondo la vecchia prassi del divide et impera (dividi e domina).

Nel suo piccolo, l’Italia ha dato un fondamentale contributo in Somalia, dove ha foraggiato il regime dell’ex carabiniere Mohammed Siad Barre (1976-1991), la cui caduta ha gettato la Somalia nello sfacelo, aprendo l’era della guerra permanente: Iraq, Afghanistan, Libia, Siria …
Nell’ultimo mezzo secolo, l’Africa ha subito una colossale rapina di risorse naturali. Una rapina che, nell’ultimo decennio, ha seguito la via della speculazione finanziaria. Giocando sui prezzi delle materie prime, soprattutto alimentari, le borse gettano nella miseria i milioni di lavoratori e i piccoli coltivatori impegnati nei diversi settori agricoli. Dopo di che, i governi «amici» provvedono all’esproprio forzato delle terre, a tutto vantaggio delle multinazionali del food – per es.: Monsanto (Usa), Nestlé (Svizzera) Unilever (Olanda) –, svelando l’invasiva presenza di Paesi (Usa, Svizzera, Olanda) che parrebbero lontani dalle vicende africane.

Di pari passo, le cosiddette organizzazioni umanitarie (in testa l’Unicef), con le loro iniziative assistenziali, contribuiscono alla pauperizzazione delle popolazioni africane, decretandone la sottomissione agli aiuti pelosi degli occidentali.
Oggi, l’Africa vive in uno stato di generale dissesto economico, sociale e ambientale che ha generato crescenti migrazioni di popolazioni derelitte, in fuga dalla fame e dalla violenza. Nell’ultimo decennio, la fuga è diventata un esodo incessante dalle dimensioni «bibliche».

Dall’oppressione e dallo sfruttamento delle popolazioni africane ha tratto immensi vantaggi l’Europa: in primis, la borghesia europea, ma anche una bella fetta del proletariato europeo. Nel corso degli anni, si è cementata quella connivenza con la borghesia che è alla radice dell’apatia razzista di molti proletari italiani. Sono queste le condizioni perfette per accendere una guerra tra meno poveri e più poveri. Una guerra che l’aggravarsi della crisi economica globale renderà inevitabilmente feroce e sanguinaria.

Contro questa prospettiva catastrofica, a nulla servono i generici appelli solidaristici – come la manifestazione di Milano del 20 maggio scorso: Nessuno è illegale –, anzi, queste insulse iniziative alimentano solo derive razziste.
L’unica alternativa è la lotta contro la nostra borghesia, il nostro governo, il nostro Stato. Questa lotta può creare condizioni di debolezza in Italia e in Europa che, di conseguenza, indeboliscono gli interventi economici e militari contro gli oppressi e gli sfruttati dell’Africa e del mondo.

In Africa, sta crescendo a dismisura la massa dei senza risorse che non hanno nulla da perdere e tutto da conquistare. Solo unendosi a questa massa, i proletari italiani possono costruire un futuro senza sfruttati e senza sfruttatori.
Mi sembra una partita che vale la pena giocare. Dalla parte giusta.

di Dino Erba, Taisten.

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