Il metodo infallibile di Renzi: licenziare chiunque tocca i suoi amici! 

Di che cosa è accusato Luigi Marroni? Di niente. Non di aver rubato e nemmeno di aver fatto male il proprio lavoro. Ciò nonostante verrà licenziato. Prima di scrivere quali siano le cause della brusca rimozione, sarà però il caso di spiegare chi sia questo tizio il cui nome, pur essendo sconosciuto, riveste una grande importanza, perché l’ uomo in questione maneggia 40 miliardi di soldi dei contribuenti. Marroni è l’ amministratore delegato della Consip, cioè dell’ azienda pubblica che per conto dello Stato compra beni e servizi.

I ministeri hanno bisogno di carta o di scrivanie? Il bando lo fa la Consip, che negozia, o dovrebbe negoziare, le migliori condizioni. Bisogna trovare l’ azienda che fa le pulizie nei ministeri? A trattare per spuntare il miglior prezzo è sempre Consip. Insomma, la società è, o dovrebbe essere, la centrale d’ acquisto che impedisce ruberie e sprechi, accentrando le spese.

Marroni sta in Consip dal giugno del 2015 e a mettercelo fu Matteo Renzi, il quale se lo portò direttamente da Firenze, come quasi tutti quelli che ha piazzato ai vertici dello Stato. L’ amministratore di Consip prima di sbarcare a Roma era stato assessore alla sanità della giunta rossa della Toscana e in precedenza, dal 2004 al 2012, quando il Rottamatore si preparava alla scalata dell’ azienda sanitaria del capoluogo di regione. Insomma, Marroni è renziano o per lo meno in quota Renzi.

Non a caso a lui si rivolge Carlo Russo, un piccolo, anzi microscopico, imprenditore amico del papà di Renzi. E da qui parte il bandolo della matassa che porta al tentativo di licenziare Marroni. L’ amministratore delegato subisce le pressanti sollecitazioni di Russo, ma anche qualche richiesta di Tiziano Renzi. Fra l’ altro in ballo in quel momento c’ è un appaltone da 2,7 miliardi di euro, un bocconcino che fa gola a molti, in particolare ad Alfredo Romeo, imprenditore napoletano specializzato in lavori per la pubblica amministrazione.

Romeo è però nel mirino della magistratura campana per certe connessioni con gruppi non proprio trasparenti che operano nel Napoletano. Per farla breve: i pm intercettano Romeo e piazzano microspie anche nell’ ufficio di Marroni. Il quale però un bel giorno smette all’ improvviso di parlare, come se sapesse che c’ è qualcuno in ascolto.

Gli investigatori ci mettono poco a capire che una gola profonda ha cantato, danneggiando l’ inchiesta. Risultato: si prendono Marroni e lo confessano. Non sappiamo se l’ amministratore delegato abbia cercato di negare, sta di fatto che alla fine ha vuotato il sacco e raccontato che a metterlo sul chi va là è stato il presidente di Consip, Luigi Ferrara, il quale avrebbe saputo dell’ inchiesta direttamente dal comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette. Interrogato, Ferrara minimizza ma non nega l’ avvertimento del capo dei caramba.

Anzi, sentendo altri testimoni vien fuori anche il nome del ministro Luca Lotti e pure quello di un altro generale dell’ Arma. Insomma, uno scandalo nello scandalo. Lotti finisce indagato, gli alti ufficiali pure. A ruota segue Carlo Russo e il di lui amico Tiziano Renzi. Il caso Consip si trasforma in breve in una bomba che rischia di far saltare il potere renziano e tutto il baraccone che vi è stato costruito intorno. Per disinnescare l’ esplosivo ad alto potenziale bisogna ottenere la ritrattazione dei testimoni. Devono dire che si sono sbagliati, che hanno capito male, che se c’ erano dormivano.

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Ci provano con il sindaco di Rignano, uno dei testimoni che accusa il generale, ma lui li manda a stendere e per questo il Pd non lo ricandida. Luigi Ferrara sentito in Procura invece si rimangia tutto e i pm lo indagano per falsa testimonianza. Marroni no, non indietreggia, insiste. Nel Pd ci sperano per settimane e fanno circolare voci di sua ritrattazione, ma quello non ha nessuna intenzione di finire sulla graticola per salvare il posteriore altrui.

Quindi scatta la ritorsione e vengono richieste le sue dimissioni. Non importa che non sia indagato, mentre altri, il comandante generale dei carabinieri e il ministro dello Sport, lo sono e restano tranquilli al loro posto. Non conta neppure che il ministro dell’ Economia dica di Marroni che ha fatto risparmiare soldi ai contribuenti, riducendo di qualche milione le spese. Purtroppo per lui ha messo nei guai troppa gente, a cominciare dal paparino, e perciò deve fare le valigie.

In realtà in questa storia chi dovrebbe fare le valigie e sparire sono altri, a cominciare dal segretario del Pd, che rischia di finire nei guai più di quanto già non sia. Perché Marroni non solo non molla, ma pare pronto a raccontare anche ciò che finora non ha detto. E non è l’ unico. Sentito dalla Verità, anche Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato di Veneto Banca, si dice pronto, se interrogato dall’ autorità giudiziaria, a parlare dei suoi rapporti con il papà di Maria Elena Boschi a proposito di Banca Etruria.

Diciamo che tra l’ uno e l’ altro rischiamo di vederne, e soprattutto ascoltarne, delle belle. Alla prossima puntata

 

Fonte: La Post Verità  Via StopEuro

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