La rabbia di Gaza contro le prepotenze di Trump: bruciate le bandiere Usa

Malgrado l’ondata di maltempo, in diverse località di Gaza e della Cisgiordania sono stati organizzati oggi cortei di protesta contro la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. L’agenzia di stampa palestinese Wafa precisa che a Gaza migliaia di persone si sono raccolte nella piazza del milite ignoto dove hanno scandito slogan ostili agli Stati Uniti. Sul web sono comparse immagini di bandiere americane date alle fiamme.

 

Intanto, in una lettera inviata al presidente Usa i leader cristiani di Gerusalemme si dicono “certi” che i passi che Trump si accinge a intraprendere “aumenteranno l’odio, il conflitto, la violenza e le sofferenze a Gerusalemme e in Terra Santa”. I nove responsabili delle chiese cristiane, tra cui Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino, e padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, evidenziano: “Il nostro consiglio è di continuare a riconoscere lo status quo a Gerusalemme. Ogni cambiamento improvviso provocherebbe danni irreparabili”.

 

Nonostante il rischio molto concreto di infiammare una parte di mondo storicamente molto calda la Casa Bianca tira dritto. “Non è una presa di posizione politica” quanto la constatazione di “una realta’ storica e attuale”. Così, nel confermare che nelle prossime ore il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump riconoscerà Gerusalemme quale capitale di Israele, fonti senior dell’amministrazione americana spiegano la svolta.

 

“Un promessa da mantenere” La decisione frutto di una promessa avanzata da tempo e che il presidente Trump insiste vada mantenuta. cosi’ si conferma anche l’avvio dell’iter per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che non avverra’ pero’ nell’immediato, bensi’ si tratta di un processo destinato a spalmarsi negli anni. Di sicuro per i prossimi sei mesi almeno la sede diplomatica restera’ ancora a Tel Aviv, per disposizione dello stesso presidente. E le fonti della Casa Bianca che confermano lo strappo – dopo che lo stesso Trump aveva effettuato una serie di telefonate con leader internazionali, a partire dai diretti interessati il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell’autorita’ palestinese Abu Mazen – insistono nel sottolineare che si tratta quasi di una ‘constatazione dell’ovvio’, sganciata tra l’altro dal processo di pace su cui l’amministrazione Usa esprime immutata determinazione. “A lungo la posizione degli Stati Uniti ha mantenuto questa ambiguità, o mancanza di riconoscimento che in qualche modo potesse avanzare il processo di pace – rimarcano fonti senior dell’amministrazione -. Sembra chiaro adesso che la posizione fisica dell’ambasciata non costituisca oggetto dell’accordo di pace. Quindi, dopo aver provato questa strada per 22 anni, una constatazione della realta’ rappresenta un cambiamento importante”.

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“Reazioni negative? Possibili” Rispetto alle possibili reazioni all’annuncio poi la Casa Bianca riconosce che “alcune parti” potrebbero reagire negativamente. Non entra in dettaglio ma ammette che il piano non e’ completo, “ci stiamo lavorando”, sostenendo che “c’e’ il tempo per metterlo a punto e valutare quali sono le sensazioni dopo che questa notizia verra’ elaborata”.

 

Cresce l’allerta a Gerusalemme e nei Territori L’annuncio ufficiale ancora non c’è stato ma le conseguenze non sono difficili da immaginare, tant’è che Israele si sta preparando a fronteggiare una rivolta palestinese. Montano i timori per possibili manifestazioni di protesta e disordini, al punto che lo stesso consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme ha diramato un comunicato in cui invita il personale americano, i loro familiari e in piu’ in generale i cittadini americani, ad evitare spostamenti non essenziali in parti della citta’ e in Cisgiordania in vista di possibili manifestazioni. Mentre e’ stato anche deciso il riposizionamento di un piccolo gruppo di truppe americane, per essere piu’ vicino a paesi che presentano timori di disordini.

 

Gruppi palestinesi e islamici indicono “3 giorni di collera”  Le fazioni palestinesi e islamiche hanno proclamato “tre giorni di collera” contro la decisione americana di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv alla Città santa per a tre religioni. Lo riferisce il Jerusalem Post. I tre giorni cominceranno domani e finiranno venerdì: “Facciamo appello alla nostra gente in Israele e nel mondo a radunarsi nei centri delle città’ e di fronte alle ambasciate e ai consolati israeliani con l’obiettivo di manifestare la rabbia del popolo”.  La questione infiamma il mondo arabo e crea seria preoccupazione anche in Europa Da più parti, la pressione sul presidente Usa è stata serrata. Duro l’ammonimento della Turchia: “Signor Trump, Gerusalemme è la linea rossa per i musulmani”, ha avvertito Erdogan, annunciando la convocazione, in qualità di presidente di turno dell’Organizzazione della cooperazione islamica, di un summit dei 57 Paesi membri “in 5-10 giorni”.

 

Re Salman a Trump: Gerusalemme capitale è provocazione  Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele “rappresenterebbe una flagrante provocazione per i musulmani in tutto il mondo”, ha detto il re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud al presidente Usa Donald Trump nel corso della odierna conversazione telefonica. Lo scrive l’agenzia di stampa ufficiale saudita. Una mossa di questo tipo “prima del raggiungimento di una intesa minerebbe il negoziato di pace in corso e costituirebbe una escalation in tutta la regione”.

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Mogherini: evitare atti che minano gli sforzi di pace E c’è infine l’Europa. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell’Unione, ha avvisato sulle “pesanti ripercussioni sull’opinione pubblica in vaste aree del mondo” che la decisione di Trump potrebbe avere. L’Ue, che sostiene le soluzione dei due Stati, ha avvertito gli Usa di non prendere iniziative che potrebbero mettere a rischio il processo di pace. “Dall’inizio dell’anno, l’Unione europea ha chiarito le sue aspettative che ci possa essere una riflessione sulle conseguenze che potrebbe avere qualunque decisione o atto unilaterale sullo status di Gerusalemme”, ha scritto in una nota Mogherini. “Il focus dovrebbe perciò restare sugli sforzi per riavviare il processo di pace e sull’evitare qualunque atto che possa minare questi sforzi”.

 

Macron: risolvere questione Gerusalemme dentro i negoziati Ieri, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha espresso la sua “preoccupazione” a Trump. Il capo dell’Eliseo ha ricordato che la questione dello “status di Gerusalemme dovrà essere risolta nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi”.  Telefonata tra Abu Mazen e il papa  Papa Francesco e il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) si sono parlati oggi al telefono sulla questione relativa all’annunciato spostamento dell’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Lo conferma all’ANSA il portavoce della Santa Sede, Greg Burke, specificando che la conversazione è avvenuta “per iniziativa di Abbas”.

Fonte Globalist 

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