“Homo precarius”: la classe delle solitudini a tempo determinato (da leggere)

L’uomo precario è la quintessenza dell’isolamento individualistico e del nesso sociale interrotto.

Ha spezzato ogni legame comunitario, di classe e solidale, aderendo al dogma dell’imprenditoria concorrenziale che lo vuole nemico di chi, nella medesima posizione di sfruttato, gli sta accanto. Egli è sempre pronto ad autocolpevolizzarsi in caso di insuccesso. È completamente indifeso e solo, strumento nelle mani del capitale absolutus, che può disporre illimitatamente del suo corpo e della sua mente, delle sue braccia e dei suoi neuroni.

Il diffuso sentire che il mondo in cui viviamo non dovrebbe essere com’è, sarebbe chiamato a porsi come base per il rifiorire della debole forza messianica evocata da Benjamin, come punto di connessione sentimentale tra gli io frammentati e, invece, resta oggi orfano di conseguenze politiche, perché non tracima mai dalla coscienza del singolo soggetto nomade e monadico, né trapassa nella figura della “rabbia appassionata” di gramsciana memoria.

I grandi romanzi di classe che, anche in Italia, hanno conferito voce alla rivendicazione oppositiva del “servo”,dal “Metello” (1955) di Vasco Pratolini, fino agli ultimi bagliori della “Dismissione” (2002) di Ermanno Rea, passando per Giovanni Arpino e Ottiero Ottieri, paiono oggi appartenere esclusivamente al passato, quando non direttamente sprofondati nei meandri dell’oblio.

Con essi, si è dissolta l’identificazione politica e sociale con temi un tempo dirimenti, quali la solidarietà di classe, il conflitto contro il Signore, le proteste corali contro i licenziamenti, gli scioperi organizzati, la ricerca operativa di una dignità assente.

Ove compaia, e salvo rare eccezioni, il precariato è presentato narrativamente nelle modalità summenzionate, vuoi in forma individualizzata, ossia come soggetto che lamenta in prima persona singolare i disagi della flessibilità, vuoi come classe passiva, vittima di uno sfruttamento che forse può essere mitigato per bontà padronale, ma che certo non può essere rimosso in maniera pratica dai precari consociati e consapevoli. Riferendo ai precari le parole che in “Miseria della filosofia” Marx riferiva ai proletari, “nella miseria essi vedono solo la miseria”,   senza l’aspetto del possibile rovesciamento rivoluzionario.

Il fatto che la lamentazione vittimistica tenda oggi a prevalere sulla possibile insurrezione corale di una soggettività organizzata in sé e per sé non è, tuttavia, un elemento puramente negativo. È già, sia pure embrionalmente, il bagliore di una coscienza critica o, comunque, non allineata rispetto al “mondo rovesciato” che vuole presentarsi come naturale.

Articolo di Diego Fusaro

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Fonte: http://www.interessenazionale.net/blog/homo-precarius-classe-delle-solitudini-tempo-determinato

via Conoscenze al Confine

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