I centri commerciali aperti 24/7 non sono il progresso, sono il medioevo

Chi parteggia per l’apertura 24/7 e durante i festivi dei centri commerciali propone le sue tesi pensando che siano rese imbattibili da una sorta di forza di inerzia alla quale è inutile, sciocco e naif opporsi: quella del progresso. Non si può fermare la modernità, dicono loro, non ci può opporre al flusso inarrestabile della storia e del progresso, perché quello è il verso “giusto”, come se il procedere del tempo avesse sulla storia un valore sempre positivo.

Il deputato PD Ivan Scalfarotto, che qualche giorno fa ne ha scritto sul suo blog sul Post, su questo punto è molto deciso. Questa battaglia di retroguardia, secondo l’onorevole, «c’entra con l’idea (che è la quintessenza del populismo) che di fronte alle sfide e ai limiti della contemporaneità si possa negarla, la contemporaneità; rimuoverla, esorcizzarla». Ma “il mondo non si ferma”, chiude.

Ancora più duramente e seccamente entra nel dibattito Rivista Studio, che in un articolo redazionale di commento all’uscita di Di Maio, scrive: “I supermercati chiusi la domenica non sono, banalmente, un modello sostenibile in un mondo in cui le donne sono parte integrante del mondo del lavoro e in cui (scandalo!) può anche capitare che esistano famiglie composte da genitori single, cui, per ovvie ragioni, il sabato da solo non basta per fare tutte le commissioni. Tenere aperti i supermercati la domenica non sfascia le famiglie, permette alle famiglie non tradizionali, dove per «non tradizionali» s’intende “non-ferme al modello degli anni Cinquanta”, di esistere».

Ma l’apertura dei centri commerciali e dei supermercati durante domenica e festivi, è veramente legata con i diritti civili di donne e famiglie “non tradizionali”? No, non c’è nessun tipo di legame tra il benessere, la qualità della vita e il ruolo nella nostra società delle donne (che meriterrebbe benaltro impegno da parte della politica e della società tutta) con l’apertura dei centri commerciali la domenica e nei festivi. E no, non c’è nessuna indicazione neppure sul fatto che le “famiglie non tradizionali”, che poi sono i single, non possano esistere senza fare la spesa la domenica pomeriggio, o alle 4 del mattino di un giovedì, o addirittura la domenica di Pasqua.

C’è un dato su tutti che smentisce qualsiasi tentativo di sostenere il contrario: la grande distribuzione organizzata, da quando il settore è stato liberalizzato, non sta aumentando la produttività, anzi, sta proseguendo la sua crisi, tanto che il 2016 «si è chiuso con un calo dello 0,6% in termini di consumi». A dirlo, proprio qualche giorno fa al Sole24ore, è Massimo Moretti, presidente del Consiglio nazionale dei centri commerciali.

Il problema è che la visione di Scalfarotto, che alla polemica contro l’apertura dà addirittura del “medievale”, lo ha identificato molto bene Christian Raimo, autore di un bellissimo reportage per Internazionale dedicato proprio a questo tema, che in un post su Facebook scritto proprio nell’occasione dell’uscita dell’articolo di Scalafarotto e di Rivista Studio, scrive: «Liquidare la difesa della chiusura dei centri commerciali la domenica o la notte come una battaglia di retroguardia, passatista, populista, ingenua, medievale, vuol dire non riconoscere i fatti, e pensare che il progresso sia un valore a sé, assoluto, e corrisponde ai desideri di alcuni non ai diritti della maggioranza».

Accettare che la legge del mercato detti il ritmo della nostra vita è pericoloso. Ma accettare che quella stessa legge, che in questo caso viene addirittura meno vsito che i consumi in Italia sono fermi e che non ci sono prove che i sacrificio di milioni di lavoratori nei giorni festivi abbia portato qualche beneficio alla nazione, è proprio stupido e volgare, anche perché quegli stessi lavoratori — spesso donne e single, ovvero le fasce più deboli, quelle che secondo Studio vivrebbero meglio grazie alle aperture 24/7 — per lavorare in quegli orari e in quei giorni sono sfruttati e nel peggior modo.

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Ma probabilmente la partita non inizia né finisce nei corridoio di qualche ipermercato, perché nel suo articolo, Scalfarotto chiama in causa qualcosa di molto più problematico e il suo pensiero è paradossalmente abbastanza diffuso in una certa parte della sinistra italiana: si tratta del concetto che non si possa opporsi allo zeitgeist, al senso del proprio tempo e, alla fine, al progresso che, dal punto di vista di chi tifa per le magnifiche sorti e progressive, può soltanto portare miglioramento.

Scalfarotto si schiera contro l’idea che “di fronte alle sfide e ai limiti della contemporaneità si possa negarla”. Forse però l’onorevole Scalfarotto dimentica che tutto quello che è la modernità (e che si sta sfuggendo tra le mani come acqua di fonte) è stato ottenuto proprio grazie all’opposizione di una certa parte della popolazione mondiale alla china che stava prendendo il mondo. Questo è stata la rivoluzione francese. Questo sono state le lotte sindacali otto-novecentesche, gli scioperi, i picchetti, il sindacalismo. Perché che cos’è stata la lotta di classe dei milioni di individui appartenenti alle classei subalterne, avviata nell’Ottocento e tramontata meno di un secolo dopo sui fronti europei della seconda guerra mondiale, se non l’opporsi di una certa parte della popolazione al flusso della storia?

Perché, come scrive sempre Christian Raimo, «il lavoro minorile, la giornata di 16 ore non erano elementi di progresso nella rivoluzione industriale», esattamente come «la mancanza effettiva di diritto di sciopero o la mancanza di rappresentanza sindacale nel settore della grande distribuzione, la ricattabilità, la duttilità rispetto agli orari, la disponibilità costante», non sono elementi di progresso del mondo postindustriale, che, se è vero che ci sta lanciando a mo’ di fionda verso un mondo in cui il lavoro va a sparire, non è il progresso, è il regresso.

 

Fonte linkiesta.it

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