“Cominciava l’arte del boia”. Ecco chi era Camillo Benso, Conte di Cavour!

Camillo Benso Conte di Cavour fu un ambiziosissimo personaggio, amico di tutti i più influenti uomini della massoneria europea, frammassone egli stesso, che cominciò a farsi conoscere sulla scena politica con una decisione cinica: mandò incontro alla morte 15 mila soldati piemontesi in Crimea, al fianco di Francia, Inghilterra, Austria e Turchia contro i Russi, solamente per poter sedere al tavolo della pace e “guadagnarsi” l’alleanza della Francia e dell’Inghilterra. Per le spese avrebbe provveduto il governo inglese… con un prestito di un milione di sterline; questo prestito verrà in massima parte rimborsato dal Regno d’Italia, che lo estinguerà solo nel 1902. In Crimea, i Piemontesi dovettero vedersela soprattutto con il colera, che ne fece morire 1300, fra cui il generale Alessandro La Marmora, fratello del comandante in capo, Alfonso: nel tanto esaltato combattimento alla Cernaia (agosto 1855), i Piemontesi ebbero appena 14 morti e 170 feriti. Al termine delle operazioni di guerra, furono tuttavia contati complessivi 5.000 morti: un terzo dell’intero contingente di spedizione.

Ma in Crimea, oltre allo scandalo di nazioni cristiane che combatterono contro la cristiana Russia in favore dei Turchi, nello specifico caso del coinvolgimento del Piemonte, si arrivò addirittura al paradosso: il Regno di Sardegna, che si stava preparando ad una guerra di “liberazione nazionale” contro l’Austria, al momento sua alleata, combatteva per difendere le ragioni dell’impero ottomano, per secoli nemico storico della cristianità e “conculcatore dell’indipendenza e della libertà” degli stati della penisola balcanica.

Camillo, all’età di nove anni, fu rinchiuso all’Accademia Militare, all’epoca considerata il rifugio dei somari. La terminò a sedici anni, con esami splendidi in tutte le materie, meno che… in italiano. Lo parlava male e lo scriveva peggio, perché la lingua di casa Cavour era il francese. Per tutta la vita, parlò e scrisse in italiano traducendo dal francese, mentre, in privato continuò a parlare e scrivere in francese. Dovevano correggergli i discorsi, che pronunciava con voce stridula e cercando le parole.

Secondogenito e, quindi, non erede del patrimonio paterno, in pochi anni riuscì, con attività senza scrupoli, a diventare milionario (di quei tempi); analogamente si comportò in politica, fino ad essere nominato capo del governo. Speculava in Borsa, anche se, almeno una volta, le cose gli andarono male. Infatti, nell’agosto 1840, fiutando una guerra tra la Francia e l’Inghilterra nel Medioriente, giocò al ribasso; ma la guerra non scoppiò, i titoli rialzarono e fu il disastro. “Ciò che avevo guadagnato in tre anni, – scrisse – l’ho perso in un giorno, e ora mi trovo debitore di 45.000 scudi: o pagarli, o farsi saltare le cervella”. Sfortunatamente per noi, non se le fece saltare: i debiti li pagò il padre. Purtroppo, invece, ebbe molta fortuna quando giocava d’azzardo in politica: quante somiglianze fra la sua e la “carriera” del piccolo Piemonte! I Cavour erano considerati abilissimi “nel far quattrini”: quando in Piemonte fu istituita una tariffa doganale con dazi elevatissimi per l’importazione del fosforo, questo provvedimento sembrò, contemporaneamente, ingiustificato ed inspiegabile. In seguito, si seppe che il conte era cointeressato in un’azienda (che, nel giro di qualche anno andò in liquidazione) di prodotti chimici e farmaceutici che produceva quella sostanza. E durante una carestia, quando il costo del pane era salito alle stelle, una folla inferocita assaltò il palazzo della famiglia Cavour, che rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno, incettatori di farina e di grano; polizia e soldati riportarono l’ordine, spedendo alcuni manifestanti in ospedale ed altri in prigione. Nel 1848, i Gesuiti erano stati espulsi dal Piemonte; nel 1849, Cavour fu eletto al Parlamento piemontese (la prima volta che si era presentato alle elezioni, a Torino, era stato “trombato” prendendo solo 11 voti!). Nel 1850, in Piemonte, fu approvata la legge Siccardi, che privava il clero dei suoi privilegi e delle sue immunità, aboliva alcune festività religiose e toglieva ai preti e agli Ordini religiosi la facoltà di acquisire proprietà senza autorizzazione.

In agosto, un padre servita negò gli ultimi sacramenti al ministro dell’Agricoltura e Commercio, Pietro Derossi di Santarosa, a causa della sua adesione alla legge Siccardi. Per rappresaglia, l’Arcivescovo fu condannato all’esilio perpetuo. Cavour prese tranquillamente il portafoglio divenuto vacante per la morte dell’amico: il governo d’Azeglio perseverò nella sua azione contro la Chiesa. Nel novembre 1852, Cavour (che apparteneva al Centro-Destra) fu incaricato di formare un nuovo governo e si alleò con Urbano Rattazzi, capo del Centro-Sinistra, per sviluppare il suo programma di opposizione alla Santa Sede, con l’assenso del re Vittorio Emanuele II. Il 10 marzo 1845, i beni del seminario vescovile furono confiscati. Nel gennaio 1855, Rattazzi, come ministro dell’Interno, presentò alla Camera dei deputati (adducendo ragioni finanziarie) una legge per la soppressione di tutti i conventi e monasteri negli Stati piemontesi e per il sequestro delle loro proprietà: una legge chiaramente “anticostituzionale”, atteso che l’allora vigente “Statuto Albertino” garantiva l’inviolabilità della proprietà privata. Nonostante che i Vescovi avessero offerto, nell’aprile successivo, una somma equivalente a 900 mila franchi, la legge fu imposta al Parlamento e divenne esecutiva il 25 maggio 1855. Dopo quelli operati dai Francesi, fu il primo colossale furto di beni della collettività, svenduti ai privati o mal amministrati e dilapidati dallo Stato: un furto in danno dei poveri, assistiti dalla Chiesa. La celeberrima: “Libera Chiesa in libero Stato” fu una truffa. Questa formuletta (che non era la sua, ma era stata concepita da Charles Forbes de Tryon, conte di Montalembert, con finalità diametralmente opposte, cioè, per sottrarre la Chiesa alle influenze governative) è stata sempre presentata come la dimostrazione del “genio” e della grandezza di Cavour. Ma è così? A parte che nessuno sapeva cosa volesse significare, veniva intesa da ognuno a modo suo. Secondo la concezione di Cavour, la Chiesa semplicemente non contava e non doveva contare niente nella sfera sociale. La Chiesa come istituzione, come “corpo di Cristo”, come “popolo di Dio”, veniva cancellata. Con questa espressione, si intendeva semplicemente che la Chiesa doveva essere annullata, inglobata nello Stato: se i sacerdoti ed i vescovi ostacolavano la sua politica, venivano perseguitati senza pietà. Nel corso del 1861, nell’ex Regno delle Due Sicilie, 71 vescovi su 89 finirono in prigione od in esilio (alcuni vi restarono per molti anni). Nel 1850, come già detto, lo stesso Arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Franzoni, per essersi opposto alla legge Siccardi, era stato prima rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle e poi mandato in esilio a Lione, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1862. In nome della libertà e della costituzione, i governi “liberali” decisero la soppressione di tutti gli Ordini religiosi della Chiesa cattolica (sebbene l’articolo 1 dello Statuto Albertino dichiarasse il cattolicesimo religione di stato) e l’incameramento di tutti i loro beni. Ben 57.492 persone vennero messe sul lastrico, cacciate dalle proprie case, private del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, degli archivi, della stessa vita che avevano scelto. Ergo, il risorgimento di Cavour è stato anche una guerra di religione, una guerra contro la religione, una guerra subdolamente condotta dai liberal-massoni contro la Chiesa cattolica e contro lo stesso popolo italiano; è stato sì un “risorgimento”, ma del paganesimo e della barbarie, realizzato attraverso corruzione, tradimenti, violenze, devastazioni, massacri, profanazioni, saccheggi, ruberie, intrallazzi e nefandezze d’ogni sorta. Cavour avrebbe almeno – dicono i suoi ammiratori – assicurato ai popoli italiani un regime di libera rappresentanza: un’altra menzogna! Nel Regno di Sardegna avevano diritto al voto 90.839 persone (appena il 2%), su di una popolazione di 4.325.666 abitanti. Quando il maresciallo Vittorio Della Torre gli fece notare che la legge per l’espropriazione dei beni della Chiesa era “impopolare”, Cavour rispose che, se gran parte della popolazione era avversa a questa legge, non gliene importava niente: “Io, in verità, non mi sarei mai aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”. Per questo grande liberalone “padre della patria”, le masse popolari, in realtà, non contavano… nulla! Tanto è vero che, nello Stato di Cavour, il 98 per cento della popolazione era escluso dalla vita politica. Questo “padre della patria” per preparare l’alleanza con la Francia, ricorse ad ogni mezzo: usò perfino sua nipote, la contessa Virginia di Castiglione (la quale, a giusta ragione, per i servigi resi in alcova, potrebbe essere qualificata come “madre della patria”), per far invaghire l’imperatore Napoleone III e convincerlo ad appoggiare la politica espansionistica del Piemonte! E convinse lo stesso re Vittorio Emanuele II a sacrificare sua figlia Maria Clotilde, dandola in sposa al nipote di Napoleone III, il depravato principe Girolamo Napoleone. Nel 1857 ci fu la “spedizione di Sapri”, organizzata da Carlo Pisacane e Carlo Nicotera (i quali si prefiggevano di promuovere un’insurrezione nel Regno delle Due Sicilie, simultaneamente ad un’insurrezione mazziniana a Genova: di qui l’ostilità di Cavour al progetto ed ai suoi autori). In quell’occasione, Cavour scrisse: “I fatti di Ponza e di Sapri hanno costituito un delitto di ribellione e di latrocinio, punibile colle leggi penali ordinarie”. Se fosse stato coerente, avrebbe dovuto condannare allo stesso modo anche la spedizione di Garibaldi del 1860. Contrariamente a quello che si pensa, Cavour rovinò l’economia del Piemonte con il libero scambio, adottato per compiacere gli alleati inglesi e francesi e che, scrive Cesare Cantù, “sacrificò all’Inghilterra tutte le manifatture italiane, e punì i più animosi imprenditori. Destro negli affari di Borsa, concluse prestiti vantaggiosi, ma i suoi stessi panegiristi l’accusano della leggerezza con cui trattava le finanze: gravò la proprietà, ruppe l’equilibrio fra l’agricoltura e le industrie”. Come disse Ottavio Thaon, conte di Revel, il suo trattato commerciale con l’Inghilterra, “più politico che commerciale”, aveva messo il Piemonte sotto la tutela mercantile inglese; il suo trattato con la Francia fu ugualmente rovinoso per l’agricoltura piemontese. Commissionò a Garibaldi la criminale aggressione al Sud, detta “spedizione dei Mille”, fornendogli i due battelli Lombardo e Piemonte, i finanziamenti necessari (nel bilancio del Regno d’Italia, presentato nel 1864 da Quintino Sella al suo successore Marco Minghetti, figuravano 7.905.607 lire, pari a circa 31 milioni di euro, attribuite a “spese per la spedizione di Garibaldi”) ed i rifornimenti (a Talamone). Nell’ottobre, con il pretesto di difenderli, invase i territori dello Stato della Chiesa e strappò le Marche e l’Umbria al Papa; subito dopo, invase il Sud senza dichiarazione di guerra, per… difenderlo dall’anarchia e dalla rivoluzione, che proprio lui, con la complicità sfacciata dell’Inghilterra, aveva organizzato, favorito e finanziato!!! Il conte, il 25 aprile 1860, pochi giorni prima della partenza delle camicie rosse, ebbe addirittura la sfacciataggine di chiedere al proprio ambasciatore a Napoli l’invio sollecito di “10 o 12 esemplari della carta topografica della Sicilia in 4 fogli”, di una copia della carta del Regno di Napoli dello Zanoni o, in mancanza di questa, di altre “rinomatissime carte del Regno delle Due Sicilie”. L’ambasciatore Villamarina provvide immediatamente, inoltrandole a Genova tramite il piroscafo… Lombardo della (…manco a dirlo!) Società Rubattino! L’ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano, nel suo Diario racconta gli sforzi economici profusi da Cavour per “comprare” gli ufficiali della marina borbonica; in una lettera assicura al conte: “Possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della regia marina napoletana” ed, in un’altra, egli scrive: “Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane che sono a Salerno”. Fu un feroce nemico del Sud ed, insieme a Vittorio Emanuele II, definì “canaglia” i soldati napoletani prigionieri di guerra; proprio loro che, canagliescamente, avevano favorito e completato l’invasione del Regno delle Due Sicilie, mentre si proclamavano amici dell’ingenuo Re di Napoli, Francesco II. Si favoleggia circa la “umanità” di Cavour, ma in una lettera del 25 ottobre 1860, indirizzata a Persano, chiedeva di “inviare i prigionieri napoletani a Genova” (in condizioni igieniche vergognose), da dove avrebbero proseguito per i “campi di concentramento” in Lombardia, Piemonte, Val d’Aosta. Grande dovette essere la meraviglia di questo losco figuro, quando venne a sapere dal generale La Marmora, incaricato di un’ispezione nei campi di prigionia, che quel “branco di carogne” rifiutava di arruolarsi tra le truppe sarde e ”non voleva prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II”. Migliaia di ufficiali e decine di migliaia di soldati semplici furono imprigionate, con infiniti patimenti ed un alto numero di morti per malattie, per fame, per freddo, che solo Iddio conosce! Coloro che riuscirono a sopravvivere, odiati come ex nemici in armi, derisi come soldati di Franceschiello, disprezzati come cafoni meridionali, rientrati nei loro paesi d’origine, molto spesso, andarono ad ingrossare le file della rivolta contadina (dai piemontesi chiamata “brigantaggio”). Nell’ottobre 1860, Cavour aveva fatto organizzare la farsa dei plebisciti (in cui vi furono solamente intimidazioni, violenze e brogli elettorali), che sancirono l’annessione del Regno di Napoli al Piemonte. Alcuni anni fa fu rinvenuto il manoscritto-confessioni di una “spia” (agente segreto) che aveva operato per conto del governo piemontese, Filippo Curletti. Da quelle pagine ingiallite dal tempo emergeva, in tutto il suo tragico squallore, l’incredibile perversione del conte di Cavour; una schiavitù psicologica, una malefica schizofrenia che condizionò fortemente la vita politica dello statista piemontese. Egli, infatti, non esitò a tramare con diabolica e, spesso, gratuita ferocia contro le istituzioni degli altri Stati sovrani della penisola e contro la stessa gente del popolo. Quelle confessioni, scritte sul letto di morte da uno dei principali testimoni di quelle nefandezze, sono servite a diradare quel misticismo storico menzognero, che ha fatto del Cavour un simbolo sacro ed intoccabile di una nazione nata male e sviluppata peggio, dove una parte di essa, il Sud, dopo quasi un secolo e mezzo, ancora langue in una condizione di sottosviluppo economico e di abbandono politico e sociale. Nella sua qualità di agente, Curletti venne messo al corrente dei numerosi segreti e complotti, che erano stati alla base degli avvenimenti sfociati, poi, nell’unificazione della penisola italiana e nella vittoria definitiva dei liberali contro il legittimismo e l’assolutismo. Tali segreti lasciano emergere finalmente come il risorgimento, ben lungi dal poter essere definito un movimento popolare, voluto dalla gente e realizzato da eroi disposti a sacrificarsi in nome della libertà, fu invece in realtà un’azione lungamente programmata e pianificata da alcune élites borghesi che, machiavellicamente, non esitarono ad adottare stratagemmi tutt’altro che onesti o eticamente ortodossi, per giungere allo scopo. Leggere i carteggi riguardanti i cosiddetti “padri della patria” lascia sgomenti, in quanto il loro contenuto è rivelatore di una vicendevole ostilità che contraddice drammaticamente l’idea scolastica di una reciproca stima ed affezione. Come siamo lontani, anni luce, da quella oleografia risorgimentale, così bene presentataci e fattaci studiare sui libri di scuola! E, purtroppo, vuoi per disinformazione, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per malafede, vuoi per disinteresse verso tali argomenti, ancora oggi, sono moltissimi gli Italiani ad essere convinti che gli avvenimenti storici in questione si siano svolti proprio come è stato loro “dato a bere” e che i protagonisti degli stessi siano stati dei “grandi uomini”, piuttosto che individui loschi, spregevoli, disonesti e mascalzoni. Il 17 marzo 1861, grazie agli intrighi di Cavour, alle sue invasioni banditesche, ai suoi bugiardi dispacci ed ai suoi plebisciti-truffa, veniva proclamato il Regno d’Italia. Cavour, in Parlamento, sentenziò che bisognava “imporre l’unità alla parte più corrotta (sic!). Sui mezzi non vi è dubbiezza: la forza morale e, se questa non bastasse, quella fisica”. Della forza morale non fu possibile scorgere alcuna traccia. La forza fisica, invece, fu assicurata da una siepe di baionette che risultarono assai affilate. Giacinto de’ Sivo commentò: “Cominciava l’arte del boia”. Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour! .

Tratto da altaterradilavoro

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