Amazzonia, la lotta degli Indios in difesa del polmone del mondo

La parte occidentale dello Stato del Pará immerso nel bacino del fiume Tapajós è una delle regioni più incontaminate del Brasile. E’ il centro dell’Amazzonia brasiliana custodito da diverse riserve, parchi nazionali e foreste, e le terre indigene in varie località. E’ l’unico fiume tra i grandi affluenti del Rio delle Amazzoni ancora “libero” e “gratuito” senza dighe per produrre energia o per rendere la navigazione più facile.

La popolazione locale delle foreste vede nel fiume una soluzione per la sostenibilità e la ricchezza, mentre grandi aziende e gruppi internazionali vi vedono solo l’opportunità di raggiungere enormi profitti. In ogni albero abbattuto, bruciato o allagato, si accumulano ricchezze, lasciando una scia di distruzione e miseria per le generazioni attuali e future. Una delle grandi opportunità di fare un sacco di soldi in questo settore è la costruzione di centrali idroelettriche. Pertanto, le grandi imprese, con il pieno appoggio dello Stato brasiliano, hanno progettato di costruire un insieme di dighe nel bacino del fiume Tapajós che possono inondare un’area analoga a quella occupata dalla città di Sao Paulo. Le numerose cascate e cateratte del fiume come la Jamanxim, la Cachoeira dos Patos, la Chacorão e la São Luiz do Tapajós sono guardate solo in funzione della produzione di megawatt e non certo di sostenibilità.

Vale la pena ricordare che quella di Sao Luiz è solo la più grande delle sette centrali idroelettriche che il governo di Brasilia intende far sorgere sul Tapajós e sul suo affluente Jamanxin nel prossimo decennio. Gli ettari sommersi a causa delle dighe sul Tapajòs saranno quasi 200mila, di cui 11mila fanno parte di due parchi nazionali e 23mila sono coperti da foreste.

Qui vivono gli Indios Munduruku che da anni sostengono una lotta aperta contro il governo brasiliano, insieme ad altre etnie che si oppongono alla costruzione di mega-dighe. Il clima di tensione si è aggravato a maggio dello scorso anno, in seguito ad una nuova occupazione del cantiere delle opere di costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte. Da quando sono iniziati i lavori, nel giugno 2011, le proteste delle popolazioni indigene hanno paralizzato per ben 92 volte i cantieri. I Munduruku dichiararono di sentirsi traditi dalle autorità, accusate di voler costruire una serie di impianti a energia idroelettrica lungo il fiume Tapajos senza avere il consenso della popolazione locale. La legge brasiliana prevede infatti di consultare le comunità indigene prima di avviare grandi progetti infrastrutturali.

Nel giugno 2014, 144 indigeni Munduruku occuparono la Fundação Nacional do Índio (Funai), a Brasilia, sede del governo brasiliano, per organizzare il blocco delle opere di Belo Monte e di altre centrali idroelettriche nel bacino del fiume Tapajós, negli Stati del Pará e Mato Grosso. Una delegazione di nativi fu ricevuta dal ministro della Segreteria Generale della presidenza della Repubblica, che ribadì la prosecuzione dei progetti.

I Munduruku risposero con il rapimento di tre biologi che conducevano gli studi ambientali nella zona, ottenendo, in cambio della liberazione dei tre rapiti, la revoca degli studi di impatto ambientale delle nuova centrale idroelettrica nel bacino del fiume Tapajós e un nuovo incontro per definire la questione della diga. Il conflitto si è aggravato con la morte di due nativi Munduruku, che occupavano la fattoria Buriti, nel comune di Sidrolândia, nello Stato del Mato Grosso. Il ministro ha riconosciuto la responsabilità degli agenti di polizia nel caso delle morti, ed ha confermato che gli indigeni non erano l’obiettivo della Forza di Sicurezza, che si doveva trovare lì per garantire gli interessi di tutti. 

A distanza di anni la lotta dei Munduruku continua in questi giorni, armati di machete hanno delimitato in modo autonomo quello che considerano il proprio territorio in quanto “terre ancestrali”: un’immensa superficie pari a circa 180 mila ettari.

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Sta di fatto che nell’ultimo decennio, il programma di costruzione di dighe idroelettriche del governo brasiliano ha assunto proporzioni senza precedenti, preannunciando la distruzione incalcolabile di una delle risorse più vitali del nostro pianeta. Un programma di sviluppo sconsiderato e rapace che viola gli standard socio-ambientali nazionali. L’adozione di un modello energetico alternativo che risparmi l’Amazzonia non è solo vitale, è essenziale se vogliamo preservare questo bioma fondamentale per il bene dell’umanità.

Nel caso di Belo Monte, la mega-diga ancora in costruzione, illustra il clima di impunità che circonda il programma di costruzione di dighe del Brasile e segnala ulteriore catastrofe per i fiumi e le comunità del Rio delle Amazzoni. Inoltre recenti studi di dighe in tutto il mondo hanno rilevato che non vale la pena di costruire mega-dighe, dato il loro vasto impatto sociale, economico e ambientale.

Nuove dighe sul Tapajós sono evitabili, perché ci sono altre alternative valide. Il governo potrebbe servire il proprio popolo, e l’umanità nel suo insieme, diversificando la sua matrice energetica – concentrandosi in particolare sullo sviluppo di energia solare ed eolica – insieme a rigorose misure di efficienza energetica.

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Ora che le dighe sul Tapajós sembrano in una situazione di stallo, dovuta anche alla lotta degli indios, il Brasile ha una scelta da fare. Potrebbe diventare un leader mondiale nello sviluppo realmente sostenibile ed etico, risparmiando l’Amazzonia e in seguito la tragedia del suo popolo. Oppure potrebbe continuare a lungo il suo attuale percorso pericoloso verso un futuro basato su energia sporca. Una lezione che ci viene dai Munduruku e dal Mab, Movimento delle Vittime per le dighe, che continuano a portare avanti la difesa del territorio, anche a nostro vantaggio.

di Cristina Amoroso

Fonte Il Faro sul Mondo

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